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Categoria: Mutuo e banca – L’ anatocismo…una pratica illegale.

L’ anatocismo bancario

La più antica, la più diffusa e più applicata, tra le pratiche illegittime degli Istituti di Credito, è la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, il cosiddetto anatocismo.

Detta pratica è contraria alla norma imperativa dettata dall’art. 1283 del codice civile, che testualmente recita:

“In mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi.”

In mancanza di usi contrari:

A questa espressione si sono appigliate le banche per giustificare l’abitudine di ricapitalizzare gli interessi passivi trimestralmente invece che annualmente, motivandola come prassi lecita perché di uso comune.

Dal giorno della domanda giudiziale

Si verifica in caso di emissione di decreto ingiuntivo da parte del Giudice. Il magistrato può accordare al creditore che il debito da pagare sia comprensivo anche degli interessi maturati fino a quel momento, che quindi diventano capitale, e concorrono alla produzione di ulteriori interessi.

Per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza

Si verifica se, alla scadenza di un debito, composto di capitale ed interessi, questo viene rinegoziato dalle parti per una nuova scadenza.

La somma tra il debito iniziale ed i relativi interessi scaduti viene considerato come nuovo capitale prestato su cui possono maturare nuovi interessi.

Nonostante l’art. 1283 sull’ anatocismo fosse in vigore dal 1942, le banche, ovvero il contraente forte, hanno imposto fin dal 1952 la capitalizzazione trimestrale al cliente, contraente debole, giustificando con gli “usi” un illecito arricchimento.

Agli effetti pratici, al cliente venivano conteggiati ed addebitati gli interessi ogni tre mesi, formando nuovo saldo ( debito ) su cui venivano di nuovo applicati gli interessi alla fine del trimestre successivo.

Tale prassi era talmente radicata che la clausola anatocistica era già prevista nei moduli predisposti dagli istituti di credito, come da istruzioni delle associazioni di categoria ( ABI ).

Essendo prevista in un modulo contrattuale prestampato, tale clausola veniva esclusa dalla negoziazione individuale e la sua accettazione costituiva presupposto ineludibile per accedere ai servizi bancari.

Occorre dire che per circa mezzo secolo la Magistratura ha omesso di sanzionare questo comportamento delle banche.

Finalmente, nel 1999 la Corte di Cassazione, ha stabilito, con più sentenze, che l’ anatocismo è illegittimo e quindi invalido, per il principio che l’uso soggiace alla norma. In altre parole, se una materia è regolata da una norma di legge non si può fare ricorso agli usi nella sua applicazione contrattuale.

È ormai pacifico ed acquisito, per le innumerevoli sentenze sul tema, che la pratica anatocistica è illegittima per nullità insanabile, con conseguente obbligo di restituzione ai correntisti degli importi illecitamente addebitati sotto tale voce.

È un aspetto non trascurabile, ove si consideri che in numerosi casi, conti correnti con saldo negativo ( a debito ), una volta depurati degli effetti anatocistici sugli interessi, sulle commissioni e sulle spese, si sono rivelati essere in realtà creditori.

Provate ad immaginare le conseguenze per un imprenditore che si è visto negare il pagamento di una rata, il ritiro di una cambiale o l’addebito di un canone leasing, con la motivazione che il saldo sforava l’affidamento.

Con i corretti criteri contabili quel saldo sarebbe risultato ampiamente nei limiti del fido, se non addirittura in attivo.

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